Il Felice Manin
Siamo nel 1891 e a Trelo, seminascosto dalla vegetazione c’è un cantiere navale gestito dalla famiglia Valle. Pur essendo collocato in un piccolo borgo ancora poco conosciuto, il cantiere navale è molto apprezzato per la costruzione di leudi e non solo. Anche armatori toscani e perfino dall’Adriatico si avvalgono delle competenze dei Valle. In quell’anno la famiglia Ghio di Riva Trigoso fa costruire un leudo di ca 16 metri di lunghezza e una stazza lorda di poco meno di 25 t. 2000 lire il costo e viene chiamato Felice Manin. A comandare questa imbarcazione va Emanuele Ghio, soprannominato da tutti “Cumbinemmu”, il che la dice lunga….
Inizia a trasportare formaggi, vini, olio, conserve, pesce secco e salato, legumi, lana grezza, sete di Zoagli e damaschi della Fontanabuona. St. Raphael, Nizza, Isole Toscane, Corsica, Sardegna i porti che normalmente raggiunge. Una florida attività, ma non basta, Cumbinemmu si spinge anche fino in Sicilia e sulla costa salentina, dove diventa un “mito”. (vedi articoli stampa del 2019). Il tutto si interrompe bruscamente nell’inverno 1925/26 quando il Felice Manin, durante un fortunale, nel porto di Sestri Levante, strappa gli ormeggi. Cumbinemmu si butta in mare per cercare di riprendere la barca. Riesce nell’impresa ma la permanenza in acqua è causa di una broncopolmonite che non perdona. Emanuele Ghio muore! La famiglia Ghio, orfana di Emanuele, decide di vendere la barca. Ci sono vari passaggi di proprietà tra cui i Castagnola di Sestri Levante. Nel frattempo arrivano i tempi cupi della II guerra mondiale e una bomba danneggia leggermente l’imbarcazione. La grande fortuna, se vogliamo chiamarla così, del Felice Manin è non avere ancora un motore e proprio per questo motivo non viene requisita dalle forze di occupazione tedesche. Negli anni 50 passa alla famiglia Schiaffino di Santa Margherita Ligure e viene ribattezzato Padre Carlo. Gli Schiaffino sono famosi commercianti di vino e per tale attività il leudo viene adattato. Ancora oggi i vecchi marinai dell’Elba ricordano i due fratelli Schiaffino assieme ad un ragazzino (oggi un arzillo vecchietto che lo si può incontrare tutti i santi giorni sulla passeggiata a Corte!!!) attraccare in porto e caricare botti di vino elbano. L’attività va avanti fino alla fine degli anni 60 quando il trasporto su gomma soppianta il piccolo cabottaggio, sia dal punto di vista economico sia sui tempi di trasporto. La barca viene abbandonata sulla spiaggia di Sestri Levante. Dopo una quindicina d’anni in abbandono sulla spiaggia e conciato pressapoco come il Ferdinando Bregante, (altro leudo abbandonato a Lavagna che vediamo in una foto di Cristiano Pugno), avviene un vero miracolo. Un certo Luigi Cappellini è deciso a compiere una straordinaria impresa. Aiutato da enti pubblici e privati riesce a far restaurare e rimettere in acqua quell’imbarcazione. (foto qui sotto di alcuni disegni e una con l’interno restaurato e adattato ad accogliere 8 persone di equipaggio). Partecipa a diverse regate riservate a barche d’epoca ricevendo premi e riconoscimenti. Ma il sogno nel cassetto di Cappellini è un altro. Dopo la partecipazione alla Fiera del Mare di Genova del 1984, gli 8 uomini dell’equipaggio – Luigi Cappellini, Umberto Terso, Riccardo Garampi, Alberto Venza, Franco Tornambè, Maurizio Benazzo, Mauro Albonico, Adriano Borgna e Carlo Martinoli – partono … E non è la gita domenicale del fuori porta…..Eh sì, in effetti la destinazione non è proprio dietro l’angolo!! Dopo 50 giorni di navigazione, con qualche imprevisto (3 burrasche, rottura del pennaccino che squarcia la vela) e con tanta apprensione da parte di chi è rimasto a terra, seguendo la rotta di Cristoforo Colombo, il leudo attracca a San Salvador!! 3 giorni di festa e si riparte verso nord con destinazione New York dove sfila subito dietro l’Amerigo Vespucci durante le celebrazioni per l’anniversario della Statua della Libertà (la foto ritrae l’Amerigo Vespucci durante la sfilata ripresa da un membro dell’equipaggio del Felice Manin). Non basta, l’obiettivo finale è Chicago risalendo il fiume San Lorenzo. Purtroppo durante la risalita il fiume si ghiaccia completamente e l’equipaggio è costretto ad abbandonare la barca e rientrare in Italia. Per tutta una serie di problemi la barca rimane ferma e abbandonata fino al 1999 quando l’autorità portuale di Chicago ne ordina la distruzione. Si costituisce a La Spezia un comitato per il recupero del Felice Manin. Con il coinvolgimento di enti pubblici e sponsor privati il Felice Manin rientra in Italia e viene collocato in un hangar dell’arsenale in attesa di un necessario restauro. I buoni propositi rimangono tali e ancora oggi (forse, speriamo!) giace in qualche magazzino dell’arsenale. Da questa pagina rivolgo un caloroso invito agli amministratori locali a prendere in seria considerazione il recupero di questa gloriosa imbarcazione, nata sulle nostre spiagge da mani di “artisti” che hanno caratterizzato la storia locale, per far diventare il Felice Manin un biglietto da visita culturale della nostra cittadina.








